Intervista a Sandro Solinas, autore del Volume "Stadi d'Italia" - Goal Book Edizioni

Stadi d’Italia è un libro edito dalla “Goal Book Edizioni e scritto da Sandro Solinas. Quest’opera ci narra, in maniera approfondita e dettagliata, la storia degli Stadi, dei Templi del calcio italiano, dalla loro fondazione fino ai giorni nostri. Corredato da numerose fotografie e dalle schede esplicative, il libro di Solinas analizza gli impianti di oltre 150 città italiane, evidenziandone i momenti più significativi della loro storia. Lo sport più amato dagli italiani rivissuto in questo vero e proprio viaggio, dal Nord al Sud della nostra penisola, andando a conoscere, più da vicino, la vicende e le curiosità legate a quei gradoni e a quei seggiolini dove, ogni fine settimana, ognuno di noi segue con apprensione ed esaltazione le azioni e le giocate sul manto erboso dei propri beniamini.
Un’opera completa ed assolutamente unica, che non può assolutamente mancare nella libreria degli appassionati e dei tifosi italiani, il cui autore, tra l’altro, è stato anche molto gentile nell’accettare di rispondere alle nostre domande.

Allora, andiamo con ordine. Innanzitutto, chi è Sandro Solinas?
Uno dei tanti appassionati di calcio d’Italia a cui hanno tolto il giocattolo. Di me un amico giornalista scrisse “girovago come un calciatore, appassionato di stadi come un ultrà, senza essere né l’uno, né l’altro. La vita di Sandro Solinas sembra svolgersi in funzione del suo libro sugli stadi”.

Il tuo libro affronta un argomento molto caro, per ovvi motivi, ai tifosi nostrani: la celebrazione storica dei “templi” dello sport più bello del mondo. Vuoi parlarcene?
Fin dal principio ho inteso recuperare la memoria dei nostri vecchi campi sportivi, il fascino della loro storia e delle loro vicende passate. Mi auguro di aver contribuito con questo libro a restituire un briciolo di dignità e rispetto agli stadi delle nostre città, alcuni rimossi o scivolati nel buio dei ricordi, altri ricchi di storia e prestigio, tutti indistintamente testimoni di gioie e dolori di intere generazioni di italiani. La loro storia è la nostra storia, una storia italiana, nel bene e nel male. Una storia segnata da errori, sprechi, degrado, eccessi ed approssimazione, ma anche ricca di gloria e talento. Per dire, lo stadio fiorentino costruito nel 1930 da Nervi, non fu mai compreso e apprezzato abbastanza. Eppure si trattò allora di rivoluzione allo stato puro con il suo insolito profilo asimmetrico, l’uso innovativo del cemento armato con le strutture lasciate polemicamente in vista, il dinamismo delle scale elicoidali, l’audace copertura a sbalzo, l’imponente torre di maratona. I nostri stadi sono le nuove arene, i luoghi urbani deputati ad ospitare gli spettacoli sportivi e le manifestazioni di massa, ciò che un tempo erano i circhi e gli anfiteatri dell’antichità classica. E la discendenza da queste strutture storiche è assai più diretta e vicina di quanto possiamo immaginare. Il Littoriale bolognese fu infatti costruito sul modello delle Terme di Caracalla e dell’Anfiteatro Marcello visitati a Roma dal podestà Arpinati poco tempo prima. E lo Stadio Nazionale, antenato del Flaminio di Roma, presentava addirittura la classica forma ellenica a U con tanto di ingresso trionfale.

Il tuo libro è una sorta di vera e propria novità nel panorama nazionale, a differenza della situazione estera dove, spesso e volentieri, troviamo un vero e proprio culto dello “stadio”. Che ne pensi?
Altrove, soprattutto Oltremanica, l’argomento stadi gode di ben altra considerazione, con libri e riviste pubblicate regolarmente. Gli impianti appartengono alle società e non, come da noi, alle amministrazioni comunali, arrivando così a rappresentare un patrimonio affettivo per le comunità che li ospitano. Poche sono, in Italia, le strutture davvero valide dal punto di vista architettonico, quasi tutte costruite nell’era fascista. Sono proprio i nostri stadi a non lasciarsi amare, avviliti tra poco eleganti tribune in tubi metallici e poco confortevoli soluzioni architettoniche figlie di discutibili ristrutturazioni ripetutesi nel tempo. È davvero difficile innamorarsi dei nostri stadi, strutture polisportive in buona parte prive di copertura penalizzate dall’eccessivo numero di discipline praticate e dalla poco chiara destinazione della struttura, sospesa tra luogo di attività e luogo di spettacolo. Ultimamente in Italia si parla e si scrive parecchio di stadi, ma solo per il loro ruolo nell’economia nel calcio, ossia in una prospettiva lontana anni luce da ciò che a me più interessa, il loro valore storico e sportivo.

Come è nata l’idea di scrivere un libro del genere?
L’idea è nata dalla passione che in me hanno sempre suscitato gli spalti fin da bambino, un fascino irresistibile probabile retaggio del mio precoce girovagare lungo la Penisola seguendo gli spostamenti di mio padre, allora pilota militare. Non facevo in tempo ad affezionarmi alle squadre, ma agli stadi sì. Poi, quindici anni fa, una vera folgorazione: il libro di Simon Inglis regalatomi da mio fratello quando venne a trovarmi a Dublino, dove ho vissuto per qualche tempo. Ma questo libro andava scritto comunque, perché così sono certe storie. Vanno raccontate e basta, qualcuno lo avrebbe fatto al mio posto, prima o poi. “Il mondo è fatto per finire in un bel libro” diceva Mallarmé, perché lasciar fuori gli stadi?.

Sei stato supportato da qualcuno nella realizzazione di questa opera?
Sono molte le persone che mi hanno accompagnato in questo lungo viaggio attraverso gli stadi d’Italia, spalancando le porte dei loro impianti cittadini e raccontandone le vicende sportive. Senza il loro aiuto non avrei mai potuto scrivere questo libro.

Lo stadio che potresti definire, dal tuo punto di vista, più importante o quello comunque a cui sei più affezionato? E perchè?
Lo stadio più bello è sempre quello che si trova al centro del cuore di ogni tifoso, l’unica vera arena che conta. Poco importa che sia il prato dell’Olimpico o lo sconnesso campetto dell’oratorio. Mi piacciono gli stadi che possiedono una loro identità e trasudano storia, tradizione e ricordi, lasciandoti assaporare l’acre odore inebriante delle mille sfide infernali che ogni campo polveroso porta con sé. Credo che lo stadio di Roma, prima della ristrutturazione effettuata per i Mondiali del ’90, rimanga la cosa più bella da questo punto di vista, grazie anche al suo magnifico profilo. Ma io sono cresciuto all’Arena di Pisa dove, accompagnato da mio nonno, guardavo Pisa e Livorno darsele di santa ragione in campo. Accanto alle grandi arene conosciute non mancano comunque stadi interessanti, come il Nereo Rocco di Trieste ed il Manuzzi di Cesena; ed altri parecchio sottovalutati, come lo Zaccheria e lo Iacovone in Puglia, il Porta Elisa di Lucca, il Brianteo a Monza, il San Filippo messinese ed il nuovo e assai sobrio campo di Teramo.

Secondo alcuni recenti dati statistici la gente si sta progressivamente allontanando dagli stadi in Italia. Che idea ti sei fatto in merito?Le cause sono diverse, ognuno tende a sottolineare le colpe altrui. La pay-tv, gli impianti inadeguati, il tifo violento, lo spettacolo scadente, i biglietti costosi. La verità è che a qualcuno gli stadi semivuoti fanno comodo. Ma il calcio è allo stadio, non in poltrona.

La realizzazione dello Juventus Stadium in Italia potrebbe rappresentare una sorta di svolta epocale per la gestione (e la realizzazione) degli impianti sportivi nel nostro paese. Sei d’accordo?
Non so, non ne sarei così sicuro. Lo stadio juventino, bello ma non bellissimo, é frutto di una situazione particolare a Torino e di ottime relazioni con la UEFA di Platini. E’ un problema politico, come al solito in Italia. Non abbiamo uomini e donne all’altezza, desiderosi di cambiare le cose, o almeno provarci. Abbiamo i nostri cialtroni gattopardeschi terrorizzati dai cambiamenti, soprattutto dai passi avanti. Tutto si muove in direzione dell’interesse personale. Senza accorgercene siamo entrati nella terza era del calcio, quella degli stadi-investimento, che ha soppiantato il tempo delle pay tv, in cui ancora crediamo di vivere, che a sua volta aveva lasciato nel giurassico l’era degli incassi generati dal botteghino. Il rischio, oltre allo stravolgimento di ampie aree periferiche, è la perdita di un patrimonio sportivo e urbanistico delle nostre città.

E’ emerso qualcosa di particolare, che magari ti preme di sottolineare, dalla tua approfondita ricerca in merito agli stadi italiani?
È emerso che i nostri stadi hanno tanto da raccontarci e noi non siamo capaci di ascoltarli, come certi anziani dimenticati. Ma ciò che è scritto vive.

Come è cambiata lo stadio, in generale, e la percezione di quest’ultimo, nel corso degli anni, in Italia?
Non è cambiato più di tanto, rimane un punto di riferimento delle nostre città. Delle nostre domeniche (o sabati, o lunedì, o venerdì…), delle nostre giornate. E’ un luogo magico, capace di trasmettere atmosfere uniche, un luogo di aggregazione totale, dove abbracci il tuo vicino senza chiederti chi è. Un luogo che riesce ad avvicinare gente distante anni luce, non solo fisicamente». A cambiare, semmai, è stato lo spettacolo – ahimè spesso indegno – che si è avvicinato poco per volta agli spalti finendo addirittura per riscrivere in parte le regole del gioco.

Che riscontro sta avendo il tuo libro tra i tifosi e gli appassionati?
Sta andando molto bene, mi scrivono in molti parole di apprezzamento, giovani e meno giovani. Ritengo di aver scritto qualcosa che attendeva solo di essere raccontato. Un libro che appartiene a tutti, alla tribù del calcio che guarda indietro per non smarrire i valori oggi minacciati dai cialtroni che stanno uccidendo il gioco più bello del mondo.

Hai già in mente altri progetti per il futuro?
Se le circostanze lo permetteranno, mi piacerebbe approfondire le ricerche sugli stadi italiani, magari a livello regionale. Ma ho in programma anche un progetto sulla storia delle maglie, un’altra mia grande passione sulla quale da tempo sta lavorando molto bene con delle eccellenti pubblicazioni grafiche il mio editore, le Edizioni Il Campano di Pisa.

Il nostro sito, come immagino tu sappia, affronta con, dovizia di particolari, l’argomento della cultura popolare dello sport in tutte le sue sfaccettature, con un occhio di riguardo alla dinamiche relative alla repressione (troppo spesso, a nostro parere, indiscriminata) e alle misure repressive, a volte esagerate, per l’appunto, adottate dalle istituzioni preposte nei confronti dei tifosi e degli Ultras. Ti va di dirci la tua in merito?
La questione sicurezza negli stadi è ormai uno degli elementi fondamentali quando si parla del calcio e del suo futuro. Basta guardare il settore ospite di qualsiasi stadio italiano, una trincea di gabbie, cancellate, fossati e reti protettive. Non è giusto, non è bello. Ma bisogna chiedersi come si è arrivati a questo punto. Guardarsi dentro e fare un passo indietro. Allo stadio non vado più da tempo, troppo complicato. Io sono uno di quelli che la domenica mattina, se il tempo regge e non ha altri impegni, decide se andare alla partita. Altri tempi, lo so. Per quello che mi riguarda hanno vinto loro, o meglio, abbiamo pareggiato perché non ho mai accettato l’idea di cedere alla tv a pagamento. La repressione, ma soprattutto l’odioso desiderio di controllare tutto e tutti, ha indubbiamente ferito a morte il nostro calcio. Ciò non significa che il mondo ultrà non abbia colpe, anzi. Lo spirito comunitario, ormai confinato nei pochi centri di coordinamento del tifo ancora mossi dal solo desiderio di sostenere i propri colori, ha da tempo lasciato il campo alla cultura del branco e ad una vergognosa cultura dell’illegalità che fa sì che negli stadi le forze dell’ordine vengano accolte tra i fischi e i teppisti osannati. Io non ho mai portato il viso coperto, non vedrete mai il mio volto incappucciato. Guardo gli stadi vuoti e non capisco il perché. E quando non capisco le cose, mi chiedo a chi convenga tutto ciò. Fatevi una domanda e datevi una risposta.

Abbiamo terminato. Vuoi aggiungere qualcosa in conclusione?
Non posso far altro che ripetermi: il calcio è allo stadio, non in poltrona.

Grazie di tutto e a presto
Grazie a voi, ci vediamo in curva.

Intervista a cura di Daniele Caroleo